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8 novembre 2016 - Monte Pasubio: tra rispetto e irriverenza

Monte Pasubio: tra rispetto e irriverenza

L’anno scorso, a novembre, sono andata a vedere il film “Torneranno i prati” di Olmi. Sapevo di cosa si trattava, mi ero documentata, e per una sorta di dovere di coscienza ho deciso di andare.

Esco dalla sala triste, turbata e tornando a casa decido che il giorno seguente sarei andata sul Pasubio a respirare quell’aria, a vedere quei posti, in una sorta di proseguo dell’atmosfera di quella sera. Decido di che avrei percorso il Sentiero degli Eroi, fino al rifugio Papa.

Arrivata presto al parcheggio, m’incammino e quasi subito incontro un signore di una certa età, che mi spiega che lui viene spesso a “farsi un giretto” per ricordare suo padre e suo fratello morti entrambi su quella montagna.
Uscita da una galleria incontro un altro signore. Lui invece, che abita lì vicino, viene quasi tutte le settimane: sono le sue montagne, dove sono morte tante persone del suo paese durante la guerra. Lungo la strada incontro anche dei ciclisti, ma penso che il sentiero è ampio e quindi la convivenza tra ciclisti ed escursionisti è abbastanza accettabile. Arrivo al rifugio verso le 12. È pieno di gente, dentro e fuori.
Decido di proseguire verso cima Palon.
Subito alcuni cartelli mi segnalano che mi trovo in un museo all’aperto dove posso vedere resti di una caserma, gallerie e trincee. Arrivo in cima, mi fermo e mi guardo attorno e non posso che pensare ai tanti volti del film della sera precedente. Pian piano ritorno sui miei passi.
Ad un tratto sento avvicinarsi delle moto e resto allibita e sconvolta da questo gruppetto di ragazzi (erano in 6). Stanno transitando dentro alle trincee, smuovendo sassi e terreno, fino a che due riescono ad arrivare in cima. Faccio delle foto con il cellulare e mi accorgo che le loro moto non hanno la targa.
Incontro altri escursionisti e non riesco a stare zitta. Anche loro sono del posto e mi dicono che spesso le moto girano per quei sentieri e trincee indisturbati, nessuno dice e fa niente!
Raggiungo il rifugio, guardo l’orologio e sono quasi le 15 e decido, nonostante fosse ancora pieno di gente di trovare un modo per parlarne con il rifugista.
Mi prendo una fetta di dolce ed aspetto che al balcone non ci sia più nessuno. Mi avvicino e gli racconto cosa avevo visto. Lui mi risponde che non sa cosa fare, non sa chi deve chiamare, e quando incomincio a dirgli che lui ha il DOVERE di chiamare e di fare qualcosa, mi risponde che non ha tempo. Il suo lavoro è quello di preparare i piatti e soddisfare le esigenze dei clienti, che lui non è un “guardiano”!
Nel frattempo arriva una cameriera e ingenuamente interviene dicendo che erano i soliti 6 ragazzi del tavolo 6, che ogni sabato vanno a fare il giretto, e pranzano al rifugio. Ecco, rispondo al rifugista, che almeno poteva evitare di dargli da mangiare, anche perché, vista l’affluenza al rifugio non credo che quei 6 piatti facessero la differenza di una cassa di fine giornata.
Ho voluto condividere con voi le mie emozioni di quel sabato. Da una parte la riverenza, il rispetto profondo e timoroso per quel posto, luogo di morte e di dolore, e dall’altra la rabbia per quei ragazzi che in modo così dissacrante, irriverente nei confronti del luogo e di tutte quelle persone, scorrazzano indisturbati con le loro moto.
In montagna dovrebbe esserci posto e spazio per tutti, ma dobbiamo trovare lasciare spazio anche ai motociclisti?

Lidia Fabbri OP. TAM Veneto